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CADUTA IN PIANO: VALUTARE IL RISCHIO

L’Inail ha di recente pubblicato un documento contenente studi e analisi sul tema delle cadute in piano e sulla valutazione del rischio. Le malattie professionali e gli infortuni sul lavoro costano ai paesi dell’Unione Europea, secondo le stime, circa 476 miliardi di euro ogni anno. Costi connessi a costi diretti (costo umano sostenuto dal lavoratore infortunato, costi sostenuti in proporzioni variabili dall’azienda e dall’Inail, eventuali costi del ripristino di macchine e impianti, ecc…) e a costi indiretti (perdite di produzione, inchieste da parte dell’autorità giudiziaria, danno di immagine, ecc…).

A partire da questi dati, il progetto RAS, Ricercare e Applicare la Sicurezza, rende disponibili alcuni manuali operativi che presentano studi e ricerche scientifiche sul miglioramento delle condizioni di lavoro in diversi contesti produttivi. Il primo volume pubblicato, dal titolo “Valutare il rischio di caduta in piano. Progetto RAS, Ricercare e Applicare la Sicurezza, Volume 1”,  presenta una rassegna dei dati sugli infortuni per scivolamento e caduta e precise indicazioni sui criteri e protocolli per la valutazione del rischio.

In Italia le cadute in piano rappresentano la terza causa di infortunio di tutti i comparti produttivi con circa il 15% di tutti gli infortuni di cui sono note le cause.
Inoltre, le cadute in piano “causano infortuni anche gravi nei lavoratori con una durata media di assenze di 38 giorni, durata superata soltanto da quelle dovute alle cadute dall’alto e dagli infortuni per impiglio/aggancio (rispettivamente, di 47 e 49 giorni)”.

Dal documento si evince che il rischio di caduta in piano da scivolamento “rappresenta oggi un rischio normato dal D.Lgs. 81/08 e s.m.i., che il datore di lavoro è obbligato a valutare, per identificare adeguate misure di miglioramento”.

Attualmente la valutazione “è condotta solo per gli ambienti nei quali questo è riconosciuto come rischio specifico e porta abitualmente alla prescrizione di calzature con suola antiscivolo”. Tuttavia “le mutevoli condizioni di esercizio possono determinare situazioni di usura, umidità superficiale e contaminazione, che influiscono sulla sicurezza delle pavimentazioni, compromettendo spesso anche la sicurezza dei lavoratori che indossano DPI”.

Il problema della valutazione di questo rischio “si estende anche al terziario per il quale è importante prendere appropriati provvedimenti”.

Il documento si sofferma poi sui criteri di valutazione del rischio e presenta un’analisi della letteratura tecnica e scientifica sul tema della scivolosità delle pavimentazioni. In particolare, sugli “standard volontari applicabili per la classificazione delle superfici in rapporto alla resistenza allo scivolamento”. Un passo verso uno standard unico è stato compiuto in merito all’armonizzazione delle procedure di calibrazione dei tribometri per la valutazione del coefficiente d’attrito (la tribometria concerne “la misura della resistenza allo scivolamento dei piani di calpestio”), mentre gli standard europei riferiti a metodi di prova della scivolosità dei pavimenti sono la EN 1341-1342-1343/2003 e EN 14231/2004. Queste norme individuano “il metodo di prova previsto per la marcatura CE dei prodotti di pietra naturale per pavimentazioni” e utilizzano la “prova a pendolo” per rilevare la scivolosità delle superfici.

A questo standard si sono poi attestate le norme italiane e britanniche con l’emanazione degli standard nazionali BS EN 14231:2003UNI EN 1341-1342-1343/2003 e UNI EN 14231/2004.

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