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SICUREZZA ALIMENTARE: CIBO ITALIANO ALL’ESTERO

Tra i milioni di immagini che immortalano il cibo italiano, ce n’è una una potente, conosciuta da tutti, quella di Totò che, nella celebre pellicola “Miseria e Nobiltà”, mangia gli spaghetti al pomodoro con le mani, in piedi sul tavolo.
Rita Pavone contava “Viva la pappa col pomodoro”, Pupo “gelato al cioccolato” e allo Zecchino D’oro si cantavano le “Tagliatelle di nonna Pina”. Gli spaghetti li ritroviamo pure nel celebre cartone animato Disney “Lilli e il Vagabondo”. Insomma, il cibo italiano è da sempre stato elogiato per la sua bontà, soprattutto la pasta, conosciuta il tutto il mondo!

Nonostante la produzione nazionale conti oltre 5.847 tra cibi tradizionali e denominazioni di origine, il nostro Paese, però, porta sulle tavole dei consumatori internazionali non più di 200 veri prodotti del Made in Italy. Il nostro agroalimentare è per la stragrande maggioranza degli stranieri “un must”, ma la cifra mossa dall’export è di quasi 37 miliardi di euro rispetto a un potenziale di almeno 70 miliardi. Numeri che fanno riflettere e che sono stati messi al centro del dibattito nell’iniziativa che la Cia-Agricoltori Italiani ha promosso a Roma presso l’Associazione Stampa Estera.
L’Italia produce ben 523 vini a denominazione d’origine, ma i consumatori mondiali sono a conoscenza di meno di una dozzina. Quindi, mentre i consumatori internazionali trovano l’Aceto balsamico di Modena, il Grana Padano e il Parmigiano Reggiano, i Prosciutti di Parma e San Daniele, ignorano, tra gli altri, il Caciocavallo Silano, il Fagiolo di Sarconi o il Riso vialone nano del Veronese. Da questo si evince come il potenziale inespresso dall’agroalimentare italiano sia enorme.
È emerso dalla conferenza della Cia che l’Italia, finora, non ha mai messo in campo una strategia funzionale per aggredire i mercati stranieri, organizzando e accompagnando le imprese agroalimentari in questo processo. Da qui hanno origine i “falsi Made in Italy”, che ha trovato campo libero sui mercati internazionali, venendo a mancare i prodotti veri.

Oggi i consumi di pasta 100% italiana crescono all’estero mentre in Italia, nel corso degli anni, è diminuito il suo acquisto. Lo evidenzia il report Ismea “Tendenze. Frumento duro pasta di semola”. Il richiamo all’origine nazionale della materia prima infatti ha fornito un forte stimolo all’acquisto da parte delle famiglie, per cui oggi il prodotto italiano rappresenta oltre il 20% dei consumi di pasta. Nel 2019 le confezioni che esibivano in etichetta la dicitura 100% italiana hanno avuto una crescita a doppia cifra.

Durante i mesi del lockdown, in analogia a quanto verificatosi per l’intero comparto alimentare, anche le vendite di pasta hanno registrato un aumento su base annua dell’8% in volume e del 13,5% della spesa. La pandemia e le misure restrittive hanno esposto le industrie della trasformazione molitoria e della pasta nazionale a una forte vulnerabilità, data la strutturale dipendenza dalla materia prima estera. In media, i quantitativi importati da Paesi come Francia, Canada e Stati Uniti oscillano tra il 30% e 40% del fabbisogno delle imprese di trasformazione. La cosa importante da evidenziare è che senza questo grano non potremmo produrre ed esportare un prodotto simbolo dell’industria alimentare nazionale e del made in Italy. Va infine ricordato che la metà circa del fatturato del settore si realizza sui mercati esteri.

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